Tra anatemi al vetriolo e sonore manganellate (al momento solo verbali, ma – tranquilli – arriveranno anche le altre) si sta procedendo a passo spedito (ancora non a passo d’oca, ma poco ci manca) verso la due giorni referendaria sul fatidico quesito in materia di giustizia.
“La situazione è grave, ma non è seria”: avrebbe detto l’indimenticato Ennio Flaiano.
Tutto è lecito nella contesa pre-elettorale; nessun freno inibitore è più attivo, nessuna remora, nessuna vergogna: pare una gara a scavalcare, nel baratro, colui che ha pontificato un attimo prima iscrivendo il partito avversario al girone dei piduisti o a quello dei para-mafiosi.
Il tutto a presunta difesa della Carta, della Costituzione che – a parere di tanti – è la più bella del mondo. Probabilmente, a parere di tutti coloro o che non l’hanno letta o che non hanno capito che trattasi di un semplice pezzo di carta. Nulla di più.
Perché mai dovremmo fare le barricate per difendere l’autonomia della magistratura? Per quale ragione dovremmo fasciarci la testa se il pubblico ministero dovesse essere assoggettato al potere esecutivo? Cosa ne sarà di noi se l’accusatore risponderà al ministro di turno e non alla legge?
Le domande – evidentemente retoriche – non possono che avere una sola risposta.
Ma, allo stesso tempo, siamo proprio sicuri che siamo così fedeli e innamorati della nostra bellissima Carta costituzionale?
L’Italia – dice la Costituzione – è fondata sul lavoro. Quale? Quello degli schiavi di deliveroo dai quali ogni sera ci facciamo portare a casa pizze e hamburger, pagati 2,50 euro a consegna, sotto la pioggia o nel freddo? Quello dei servi della gleba che lavorano dodici ore al giorno nei campi per assicurare alle nostre tavole le fragole anche in inverno e i carciofi anche d’estate? Quella degli insegnanti meno pagati d’Europa che devono andare a scuola bardati come in guerra per non soccombere alle follie genitoriali di coloro che si elevano a giustizieri da far west in difesa di figli rimproverati perché impreparati o maleducati? L’Italia – dice sempre la bellissima Carta – considera tutti gli uomini uguali tra loro, a prescindere dalla razza (proprio così: la razza), dalla religione, dal sesso, eccetera.
Eppure la nostra società evoluta e avanzata censura le minoranze e affonda i barconi dei disperati che tentano di arrivare sulle nostre coste non per ragioni di svago ma per sfuggire a guerre, carestie e violenze di ogni genere.
Blocco navale: sì, così lo chiamano.
È l’umanità, bellezza!
Quando invece si dovrebbero bloccare le frontiere ai nostri connazionali che vanno oltre confine per un emozionante safari in Bosnia e in Croazia a sparare sui civili inermi, sui bambini indifesi e sulle donne già violentate dalla guerra civile.
Questo siamo, altro che i valori della nostra Carta, della nostra bellissima Carta.
E allora, quale difesa della magistratura pensiamo di assecondare? Quella dell’ipocrisia secondo la quale “La legge è uguale per tutti”? Quella dei giudici supini ai potenti di turno? Quale?
E a quale divisione dei poteri ci dovremmo appellare? A quella che prevede che il parlamento – ossia il potere legislativo – legiferi in ossequio al paradigma della divisione illuministica della separazione dei poteri fondamentali dello stato?
Ma se il parlamento decide a larga maggioranza che Ruby Rubacuori è la nipote di Mubarak, il dado è tratto, il confine è varcato, il baratro è giunto.
Non ci siamo accorti che la rana stava cuocendo, dapprima in acqua tiepida – che bello quel torpore – poi in acqua più calda – quasi piacevole quel senso di estraniamento che non fa pensare ad altro – poi in acqua bollente – con la fine sopraggiunta senza farsene accorgere –.
Ora è troppo tardi per voltarci indietro. Non c’è spazio per i rimpianti né per i ripensamenti.
Benvenuti nel nuovo fascismo: quello che noi italiani abbiamo sempre amato e che mai abbiamo tradito.
Di quella Carta, sicuramente bella ma che non abbiamo letto e tantomeno applicato, non sappiamo cosa farcene.
Helas!
Philip York – Febbraio 2026